Cara Barbara D’Urso, insegnami a fare la DID…

Vi starete domandando se sono impazzita, se voglia provocare o se stia sviando volutamente dal tema viaggi, secondo uno scopo sensato.

Oggi utilizzo il mio spazio web per esprimere perplessità legate al vissuto quotidiano, quello che si discosta molto dalla passione per i viaggi, trattenuta da quel minuscolo e potente esserino chiamato Covid 19 o, se preferite, coronavirus.

Chi mi segue sa che sto costruendo la mia professione tra banchi e grembiulini blu. Saprete anche, se mi conoscete, che vivo in Puglia, regione nella quale persone non molto addette ai lavori (quelli nell’ambito scolastico intendo), hanno deciso di dare ampio potere alle famiglie che, al momento, sono libere di scegliere, per i propri figli, se usufruire delle lezioni in presenza o a distanza, causa covid ovviamente.

I risultati di questa decisione “para… para… para sé stessi” non si possono elencare con la stessa semplicità con cui si scrive la lista della spesa. Se è vero che ci sono famiglie consapevoli della diversa responsabilità che compete loro scegliendo la DID, è vero anche che alcuni studenti si perdono nel buio del web, restando indietro o addirittura scomparendo nel vero senso del termine. Ma di questo non voglio discutere. Piuttosto voglio qui esprimere come mi sento durante la didattica mista, momento ostico per tutti gli insegnanti che potranno comprendermi al volo.

Cara Barbara D'Urso
da Pixabay

La didattica mista

La didattica mista prevede che l’insegnante faccia lezione al gruppo di alunni in presenza e contemporaneamente al gruppo (talvolta anche singolo) rimasto a casa. La classica scena è all’incirca quella che descrivo di seguito.

Uscire di casa con due pesanti borse, una contenente libri e materiale scolastico vario, l’altra con PC.

Arrivare a scuola, far entrare in classe gli alunni, collegarsi su Classroom e gestire presenti reali e presenti virtuali come se fossero una cosa sola.

Peccato che si tratta di due realtà distinte.

La connessione salta, gli studenti virtuali scompaiono e ricompaiono, chiedi loro se riescono a sentirti e la risposta arriva dopo averlo chiesto almeno trenta volte ogni 5 minuti. Ti fanno domande ma non capisci, avvicini l’orecchio al Pc come se servisse a qualcosa ma magari senti solo rumori che infastidiscono come gli ultrasuoni ai cani. I genitori parlano al posto dei figli interrompendo spesso la spiegazione quando finalmente prende il via e tu respiri, conti fino a 10 per mantenere il sorriso più che la pazienza. Nel mentre hai l’orecchio proteso alle invisibili casse del computer, per sentire quelli a casa, perdi il controllo dei presenti che, sentendosi non calcolati di mezzo, si alzano, ballano, parlano, dimenticano di stare a scuola.

All’improvviso cade la connessione.

Data la lentezza del Pc, entro in Classroom con il mio cellulare e i miei giga. Tutto questo alla velocità della luce e con uno stato pietoso di panico crescente, per non far arrabbiare i genitori, gli stessi che hanno scelto di rendermi protagonista di questi siparietti e che pretendono la garanzia dell’orario scolastico pur lamentandosi di essere stanchi di stare al PC per ore anche se poi sono i primi a connettersi e disconnettersi come il cuore comanda. Nel frattempo parli con tanto di mascherina che oltre a toglierti il fiato per le 5 ore di lezione, limita pure l’udito tanto che pensi di dover prendere appuntamento da Amplifon nei prossimi giorni. Intanto i presenti ti circondano paurosamente come se fossi nel film “La notte dei morti viventi”, da casa ripetono che “non si sente” e alla fine ti arrendi e dici “non so che dirvi”.

Finisce l’ora.

Devi cambiare classe e tutto ricomincia… spegni il Pc, rimetti in borsa, prendi tutti i bagagli e arrivi ormai sudata nella seconda, lontana aula per ricominciare la sceneggiata.

Non voglio fare polemiche, sia chiaro. Non è ho neanche le forze. Però voglio dire che negli ultimi mesi mi sento una presentatrice in Tv, costretta a gestire pubblico, reale e virtuale, collegamenti ostacolati dalla connessione che non dipende di me, papere, problemi audio, video e tecnici in generale, e tutto quello che si può riassumere con l’espressione

il bello della diretta“.

Ho pensato allora di scrivere, da “presentatrice” in erba, una lettera a Barbara D’Urso, una di quelle che per molte ore alla settimana, si trova a gestire problemi che più va e più mi sembrano simili (ok la lezione da dire lei ce l’ha scritta sul gobbo mentre io me la scrivo da sola il giorno prima di andare in scena). Se servisse ad alleviare la situazione, faccio un appello anche a Luciana Littizzetto, tra l’altro ex-insegnante, affinché possa scrivere una delle sue lettere, magari direttamente a Emiliano o a chi per lui.

Cara Barbara D'Urso insegnami a fare la did
Da Pixabay

Cara Barbara D’Urso

Cara Barbara D’Urso, chi ti scrive è una insegnante della scuola Primaria. Negli ultimi mesi sto affinando la capacità di gestire vere e proprie dirette LIVE, con tanto di pubblico a casa e, nonostante il covid, anche in studio… opps, in aula.

Sai Barbara, non sapevo di avere un potenziale da presentatrice anche se, ad essere sincera, mi sarebbe piaciuto recitare, nonostante la grande timidezza che mi contraddistingue. Nel migliorare le mie nuove e nascoste capacità, sto scoprendo anche di saper fare cabaret perché oltre a sforzarmi di sorridere, nonostante la fatica, cerco di fare battute che possano riportare il sorriso nei bambini a casa, privati dei loro compagni (che possono solo sentire quando fanno caciara) e, ovviamente, della loro maestra. Non ti nascondo che ultimamente i presenti chiedono espressamente di continuare a farli ridere, almeno ogni tanto.

Cara Barbara,

le mie LIVE non sono ancora serie e ben fatte come le tue. Diciamo che le mie somigliano alle tue soprattutto quando i tuoi inviati parlano ma si sentono a tratti, quando il collegamento con loro salta o quando i tuoi opinionisti parlano tutti insieme che a casa non si capisce niente e tu sei costretta ad arrabbiarti per  riportare l’ordine in studio. Ah, dimenticavo, perdonami ma ti ho copiato il finale delle live…”ci vediamo alla prossima, col cuore!”  e tanto di posizione di tre quarti e mano oscillante sul petto.

Onestamente avrei voluto potermi confrontare con Maria De Filippi, il cui modo di gestire le LIVE lo vedo più nelle mie corde, senza contare delle volte in cui direi

“no Maria, io esco”.

Eppure tu, Barbara, eri proprio quella che più mi sembra idonea a darmi una mano. Va bene che hai tanti aiutanti, ma tu come fai a gestire il pubblico in studio e contemporaneamente quello a casa? A me non pare vero che si possa usare la stessa metodologia con entrambe le situazioni. Soprattutto tu, come superi psicologicamente lo stress dei collegamenti zumpettanti, degli inviati che non si sentono o non ti sentono? Cosa provi prima e dopo la LIVE? Cosa ne pensi di questo nuovo lato degli insegnanti, diventati anche un po’ presentatori gettati in pasto alla severa critica delle famiglie ormai, anche loro, con la nuova mansione di “recensire” le lezioni messe in rete che manco fossimo al Grande Fratello?

Aspetto tue.

Con il cuore, una insegnante.

Cara Barbara D’Urso (Immagine da Pixabay)

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