Ciao ciao 2020, anno nefasto, buio e triste.

Ti ricorderò sempre come il periodo più assurdo della mia vita, quello in cui mi stupiva il pensiero di stare vivendo qualcosa che avrebbe riempito alcune pagine dei prossimi libri di storia.

Ripercorro nella mente i tuoi giorni e mi appaiono vividi e a tratti lontani. Hai ingabbiato gli abbracci, la mia voglia di scrivere, la libertà. Hai messo distanze tra tutto e tutti e ci hai mostrato quanto conti poter stare insieme alle persone che si amano davvero.

Non oso ridurre il riassunto di te alla sola pandemia che ha cambiato le nostre vite. Tu non sei stato solo covid-19. Sei l’anno che mettendo a dura prova speranza e pazienza, hai tolto e dato allo stesso tempo.

Eri iniziato come tutti gli altri anni: un normalissimo Capodanno, mesi di lavoro da precaria, la precaria più felice che si possa immaginare, e poi Morgan e Bugo sul palco a Sanremo, l’ultimo Carnevale in paese, il biglietto aereo da poco acquistato per il viaggio in Turchia, non appena fosse arrivata l’estate. Lentamente si insinuava la preoccupazione per quel maledetto virus che sconvolgeva la Cina e poi d’un tratto, all’improvviso, tutto è cambiato. Ricordo ancora l’ultimo giorno a scuola e la faccia preoccupata della segretaria mentre diceva che volevano chiudere le scuole perché la situazione era grave. Dopo quella mattina non l’ho più rivista. Non ho rivisto più nessuno per mesi, se non dentro un PC o un cellulare, nè ho più sentito il calore delle piccole mani che quasi ogni mattina mi stringevano.

In quei mesi di lockdown non sono uscita di casa neanche una volta; una mascherina in due non me lo permetteva.

Le uniche finestre sul mondo, in quelle lunghe settimane, erano un computer e lo schermo della televisione.

Mentre l’immagine del Papa solo in Piazza San Pietro o quella della lunga coda di camion dell’esercito, in quel di Bergamo,  parevano surreali, io trovavo tempo per pensare, studiare, leggere e perfino cucinare. Ascoltavo “Fai rumore” di Diodato all’infinito e bramavo la libertà come fosse il mio più grande desiderio. Quella canzone… me ne ero innamorata quando la sentì tra le luci soffuse della piscina. Anche la palestra non c’era più. Non c’erano mio padre e mia madre fuori dalla porta di casa e neanche sapevo quando avrei rivisto mia sorella, bloccata fuori Italia.

Ho sognato ad occhi aperti il blu del mare e il verde dei prati e non facevo altro che ripetere che dopo quel “silenzio assordante e innaturale” che si ripeteva ad ogni nuova alba, avrei voluto esaudire due grandi desideri: mangiare una pizza e correre in spiaggia per sentire la sabbia sotto i piedi. I desideri più piccoli si erano fatti grandi. Non mi importava più del viaggio estivo da annullare; mi bastava solo rivedere il mare e restarci muso a muso per ore, finché la sua vista non avesse saziato quella fame di libertà che era cresciuta prepotente dentro di me.

Quando il lockdown era finito, indossai quella mascherina che finalmente avevo anche io. Bramavo libertà come non mai ma avevo paura di incrociare altra gente; il mio unico piacere era vedere i trulli immersi nel verde della campagna solitaria. Dopo una primavera mai vista, guardavo i fiori e mi sentivo una bambina felice che li vedeva per la prima volta.

E’ arrivata l’estate, ho azzardato un breve viaggio in una Venezia malinconica ma stupenda e ho realizzato sogni piccoli ma anche grandissimi, di quelli che da soli rendono memorabile e stupendo questo 2020, nonostante tutto.

Ho odiato dovermi arrabbiare con chi si ostinava a non indossare la mascherina e ho mostrato pazienza, anche se non sempre, nell’attesa che tornasse un po’ di normalità.

Il 2020 è stato l’anno dello smart working, dei D.P.C.M di Giuseppe Conte, delle feste di paese annullate, dei cinema e dei teatri chiusi, della gente che cantava ai balconi per farsi coraggio, di Diodato messo e rimesso su Youtube. E’ stato anche l’anno della solitudine, dei matrimoni in pausa e degli aeroporti vuoti e silenziosi.

E’ stato terribile, buio e triste ma in così tanta tristezza ho percepito resilienza e unione. La forza di reagire a quelle lunghe settimane di lockdown eravamo noi che cantavamo in balcone, noi che trovavamo le parole per farne un libro e raccogliere fondi contro il covid-19, noi che con l’umorismo da imprimere sui social cercavamo il sorriso anche quando era difficile sorridere, noi che ci siamo uniti davvero sotto il tricolore, noi che siamo ancora qua, pronti a realizzare il prossimo sogno.

Di tutti gli ultimi giorni di fine anno, caro 2020, per te non provo nostalgia alcuna ma neanche ho voglia di festeggiare un 2021 che immagino come il tuo secondo tempo. Però spero. Spero di tornare ai giorni felici in cui ci si poteva abbracciare e non si doveva indossare la mascherina.

Spero che l’arcobaleno, dopo questo temporale, torni presto a illuminare l’intero pianeta.

Ciao ciao 2020.

Ciao ciao 2020
Quando tutti facevano le scorte ai supermercati.
Ciao ciao 2020
La prima mascherina.
Ciao ciao 2020
Il primo arcobaleno visto durante il lockdown.
Ciao ciao 2020
Uno degli avvisi fuori dai locali in questo 2020.
Ciao ciao 2020
Un cartello fuori da uno dei tanti ristoranti chiusi.
Ciao ciao 2020
Smart working nel 2020
Diodato alla TV e la sua “Fai rumore” sui balconi d’Italia 
Ancora arcobaleni.

 

 

Ciao ciao 2020
Strade del mio paese, viste solo dopo la fine del lockdown.
Ciao ciao 2020
Per le strade del mio paese nei mesi del lockdown.
Ciao ciao 2020
Venezia vuota, nell’ agosto 2020.

 

 

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