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“L’altra citta’” il percorso interattivo all’interno del Carcere di Taranto

Pubblicato da il Giugno 6, 2017
L'altra città

“L’altra città”, il percorso interattivo realizzato nel Carcere di Taranto

Ho bisogno che sospendiate il giudizio, giusto il tempo che vi serve per leggere quello che sto per raccontare.

Dimenticate di storie, persone. Pensate solo a voi, al vostro mondo.

Vorrei cominciare dalla fine ma forse è meglio se scriva con ordine i pensieri che si alternavano nella mente mentre diventavo spettatrice del progetto che porta la firma del critico d’arte Achille Bonito Olivo e di Giovanni Lamarca, comandante della polizia penitenziaria della Casa Circondariale di Taranto. Promotrice dell’iniziativa è l’associazione “Noi e Voi”.

“L’altra città” è il percorso interattivo allestito all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale Carmelo Magli, visitabile dall’ 8 maggio al 15 giugno.

Non saprei spiegare quali siano i criteri per definire “arte” tutto ciò che è diverso da un quadro o da una scultura. Ma se sentire con l’anima basta a spiegare cosa sia e cosa no un’opera d’arte, allora direi che quella del Carcere tarantino  è certamente l’installazione artistica che più mi ha avvicinata al valore della vita.

L'altra Città

Il percorso “L’altra città”  Dal “Corriere Nazionale”

La mia esperienza attraverso il percorso interattivo “L’altra città”

 

In mezzo a un grande campo, lontano dalle luci della città, c’è un complesso fatto di stanze e persone.

Il silenzio è surreale e il grigio sembra essere il colore dominante.

E’ un luogo a sé. Sembra ignorato, dimenticato, sconosciuto.

O forse lo ricordiamo come una grande scatola che serve a contenere gli sbagli.

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Al mio ingresso ci sono attesa ed incognite. Non so come potrò percepire questa esperienza. Non so quanto stia per smuovermi l’anima.

Attraverso un corridoio. Faccio fatica a camminare tra i volti di chi questo luogo può raccontarlo da detenuto. Sono i volti di chi ha reso possibile questa mostra speciale. Avanzo ignorando chi siano, quali sono le loro storie. Rischierei di giudicare, di cadere nell’errore di dimenticare come io stessa sto per vivere il percorso.

Ogni cella racconta qualcosa. Speranze, solitudine, attese, voglia di libertà.

Vivo la mia voglia di libertà. La incontro. Lei mi parla. Lo fa attraverso il rumore della porta che si chiude, dietro di me.

Resto sola. Tre minuti sembrano non passare. Il cielo è incorniciato dalla finestra. E non è infinito, come quando lo si guarda stando sulla spiaggia.

Pensi alla bellezza del vento tra i capelli, alla voglia di viaggiare, di conoscere il mondo, a quanto può essere bello fare la fila alla posta, alle ore seduta in treno, a quelle in cui lavori consapevole che serva a realizzare il prossimo sogno. Immagini di poter riabbracciare la tua famiglia.

“La voglia di libertà” continua a sussurrarmi all’orecchio. Mi chiede cosa farei se quella porta ci mettesse tanto a riaprirsi. Guardo i libri sul tavolo e ripenso a me che leggo nella mia stanza all’Università. “Si” le rispondo, “leggerei”. Vedrei il mondo attraverso le pagine di un libro così che la mia immaginazione non possa nascondersi. Imparerei quello che posso per cercare, in qualche modo, di continuare a crescere, a non restare ferma nonostante quella piccola stanza, in un tempo infinitamente grande.

La vita senza progettualità sarebbe deleteria per chiunque.

 

Mi guardo intorno. Cerco diverse prospettive. Osservo il muro, il letto, la porta, il cielo incorniciato, il tavolo dove normalmente non riuscirei a farci stare ciò che ho, i miei fogli confusi, i miei quaderni. Non sono una che ama avere troppe cose ma quello spazio non riuscirebbe a contenere i miei libri, i miei vestiti,  gli oggetti che ricordano i miei viaggi. E dopo tutto, mi dico,  qui non saprei nemmeno cosa farmene.

La voglia di libertà continua a sussurrare parole. Lo fa attraverso le scritte sui muri. Voler essere una farfalla, un gabbiano. Voler vivere per la vita.

Vivere, semplicemente vivere.

Aspettare pazientemente di tornare a volare liberi, pur restando fragili come quelle farfalle che riempiono l’ultima delle quattro celle.

Di nuovo il rumore delle chiavi; la porta viene riaperta.

E’ incredibile come lo stesso suono possa essere percepito in due modi opposti. La costrizione prima, la liberazione poi.

Vederla aprirsi, ritrovare sguardi, poter parlare con qualcuno e sapere di poter tornare a fare tutto ciò che non è concesso fare tra quelle quattro mura. In questo posto non sei tu a decidere quando riaprire la porta.

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La libertà mi ha sussurrato quanto essa sia un valore inestimabile, quanto sia difficile fare a meno di lei. E’ come quando un dolore fisico ci ricorda di avere un corpo.

Mi dicevo quanto sono fortunata a sapere cosa sia la libertà.

E’ troppo facile pensare che solo chi ha sbagliato non la meriti.

Ci sono Paesi dove non è concessa nemmeno la libertà di espressione o almeno  non come la intendiamo noi.

Molte persone sono semplicemente costrette nella propria casa a causa di una malattia. Altre sono chiuse nei propri tormenti personali. Per cui dubito che possiate pensare che basti rispettare le regole  perché possiate essere liberi.

Rispettate la libertà, abbiatene cura. Apprezzatela

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“The Other City”, the art installation in the Prison of Taranto

 

I’d like if you may avoid to judge, just the time you need to read what I’m going to tell.

Please forget stories, people. Think of yourself.

I’d like to start from the end but it’s best to write in the order in which my thoughts were alternating while I was a spectator of the project “The Other City”, signed by art critic Achille Bonito Olivo and Giovanni Lamarca, commander of the Prison of Taranto . The promoter of this initiative is the Association “Noi e Voi”.

“The Other City” is the interactive path in the female section of the Prison “Carmelo Magli”, which can be visited from 8 May to 15 June. 

This is an art installation that helped me to think about the value of life.

In the middle of a field, far from the lights of the city, there’s a complex of small rooms.

Silence is surreal and gray seems to be the dominant color.

This place seems ignored and forgotten.

Or maybe we remember it as a big box that contains the mistakes.

My experience

 

I’m not sure what to expect from this experience.

Through a corridor, I walk with difficulty among the faces of female prisoners which made this installation possible .

I walk ignoring who they are, what their stories are. I’d risk judging, falling in the mistake of forgetting my feelings.

Every prison cell tells something. Hopes, loneliness, desire for freedom.

I meet my desire for freedom. It talks to me. It does so through the door that closes behind me.

Then I’m alone. Three minutes seem to be rather long.
The sky is framed through the window. And it’s not infinite, as when you look at it on the beach.

I think about the beauty of the wind in the hair, about the desire to travel. I think to my family, to the times when I’m in line at the post office, when I’m in a train or when I work to realize the next dream.

“The desire for freedom” continues to whisper in my ear.

It asks me what I would do if that door isn’t reopened so soon.
I look at the books on the table and I think about when I was an university student. “Yes” I reply, “I’d read.”
I’d see the world through the pages of a book so that my imagination could not hide. I’d try to continue to grow despite that small room, over an infinite time.


A life without projects would be detrimental to every person.

 

I look around. I look for different perspectives: the wall, the bed, the door, the sky framed, a table that would not be able to contain my things, my confused sheets, my notebooks. Even all the space of that room won’t be enough for my books, my clothes, the objects that remember my travels. And after all, I think, probably here I wouldn’t know what to do with them.

The desire for freedom continues to whisper words. It does it through the writing on the walls. Being a butterfly, a seagull.

Living, just living.

The last cell is full of butterflies. Here you can breath the wait to go back to being free.

Then, still the sound of the keys. The door is reopens.

The same noise can be perceived in two opposite ways. Constriction first, liberation then.

In this place you can’t decide when to reopen the door.

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Here freedom whispered to me how much it’s invaluable, how hard it’s to live without it. It’s like when physical pain reminds us that we have a body.

I tell myself how lucky I am to know what is freedom.

It’s too easy to think that only those who are wrong don’t deserve it.

There are countries where even freedom of expression is not granted.

Other people are simply forced to stay in their home due to illness. Many other are locked in their personal torments. So I doubt you may think that it’s enough to comply with the rules to be free.

So, respect freedom and take care of it.

 

4 Responses to “L’altra citta’” il percorso interattivo all’interno del Carcere di Taranto

  1. Claudia B. Voce del Verbo Partire

    E’ da pelle d’oca. Davvero Tizzi, penso di aver smesso di respirare. No, anzi, l’ho fatto. Per non perdere nemmeno un istante di quello che stavi provando, per seguire le tue riflessioni, per uscire dal pregiudizio, per ragionare interamente sul concetto di libertà.
    Un concetto che esula dal solo “sbagli e devi pagare”, ma che spesso è applicabile anche alla realtà tutta.
    Non ci sono parole per descrivere l’emozione devastante che mi hai trasmesso, ma se corrisponde ad una parte di quella vissuta da te, mi spaventa. Perché non so come sei riuscita a gestirla in maniera così fluida ed analitica.
    Mi hai profondamente colpita, giuro, ho lo stomaco chiuso in una serie di pensieri che si rincorrono e tornano, alla fine, alle tue parole…
    Ti abbraccio forte,
    Claudia B.

  2. lavaligiainviaggio

    Grazie Claudia. Apprezzo tantissimo la tua opinione (e lo sai, per me conta molto).
    Se avessi vissuto questa esperienza con pregiudizi vari non sarebbe stata la stessa cosa. E lo stesso giudizio, pur basato su fondamenta, non mi avrebbe aiutata.
    Credo che non si possa lavorare a favore di alcune realtà se il giudizio vincesse sull’umanità. Quello che è a monte di un progetto del genere ha in sé questo, l’umanità.
    Ti abbraccio fortissimamente.
    😉

  3. L'OrsaNelCarro

    Tutto questo subbuglio nello stomaco in un percorso interattivo, studiato, programmato e progettato a tavolino. Immagina viverlo nella quotidianità, non da visitatore!
    Spesso mi domando cosa li faccia andare avanti. La rassegnazione? Forse si, a volte è decisamente consolatoria. Ha il potere di placare l’anima.
    Esatto bisogna averne cura della libertà! Però siamo sempre lì: apprezziamo le cose quando non le abbiamo o non le possiamo avere!
    Bellissimo pezzo Tizzi! 😉

  4. lavaligiainviaggio

    E’ vero. Dentro c’è il subbuglio.
    Non so quanto la rassegnazione possa aiutare. Pensa a chi sa di dover starci per il resto della vita.
    Il problema è che qui il tempo non passa mai. Tre minuti infiniti. Il tempo di una canzone. Il tempo di chiacchierare con qualcuno, di ridere, scherzare.
    La noia è tremenda anche fuori da un carcere.
    Questo posto è un contenitore di sbagli ma anche di pensieri, opinioni. Amplifica le sensazioni e le percezioni appaiono diverse a seconda di quali sinonimi scegli di usare, a seconda dell’angolo da cui scegli di leggere le cose. Cosa è giusto, cosa è sbagliato. Quanto sia corretto perdonare, quanto no. E quel suono delle chiavi… è tremendo.
    Grazie per aver apprezzato Daniela. Per me è importante scrivere anche di persone.
    Ormai lo sai meglio di me.
    😉

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