Ho bisogno che sospendiate il giudizio, giusto il tempo che vi serve per leggere quello che sto per raccontare.

Dimenticate di storie, persone. Pensate solo a voi, al vostro mondo.

Vorrei cominciare dalla fine ma forse è meglio se scriva con ordine i pensieri che si alternavano nella mente mentre diventavo spettatrice del progetto che porta la firma del critico d’arte Achille Bonito Olivo e di Giovanni Lamarca, comandante della polizia penitenziaria della Casa Circondariale di Taranto. Promotrice dell’iniziativa è l’associazione “Noi e Voi”.

“L’altra città” è il percorso interattivo allestito all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale Carmelo Magli, visitabile dall’ 8 maggio al 15 giugno.

Non saprei spiegare quali siano i criteri per definire “arte” tutto ciò che è diverso da un quadro o da una scultura. Ma se sentire con l’anima basta a spiegare cosa sia e cosa no un’opera d’arte, allora direi che quella del Carcere tarantino  è certamente l’installazione artistica che più mi ha avvicinata al valore della vita.

L'Altra città
Il percorso “L’altra città” – Dal “Corriere Nazionale”

La mia esperienza attraverso il percorso interattivo “L’altra città”

In mezzo a un grande campo, lontano dalle luci della città, c’è un complesso fatto di stanze e persone.

Il silenzio è surreale e il grigio sembra essere il colore dominante.

E’ un luogo a sé. Sembra ignorato, dimenticato, sconosciuto.

O forse lo ricordiamo come una grande scatola che serve a contenere gli sbagli.

Al mio ingresso ci sono attesa ed incognite.

Non so come potrò percepire questa esperienza. Non so quanto stia per smuovermi l’anima.

Attraverso un corridoio. Faccio fatica a camminare tra i volti di chi questo luogo può raccontarlo da detenuto. Sono i volti di chi ha reso possibile questa mostra speciale.

Avanzo ignorando chi siano, quali sono le loro storie. Rischierei di giudicare, di cadere nell’errore di dimenticare come io stessa sto per vivere il percorso.

Ogni cella racconta qualcosa. Speranze, solitudine, attese, voglia di libertà.

Vivo la mia voglia di libertà. La incontro. Lei mi parla. Lo fa attraverso il rumore della porta che si chiude, dietro di me.

Resto sola.

Tre minuti sembrano non passare.

Il cielo è incorniciato dalla finestra. E non è infinito, come quando lo si guarda stando sulla spiaggia.

Pensi alla bellezza del vento tra i capelli, alla voglia di viaggiare, di conoscere il mondo, a quanto può essere bello fare la fila alla posta, alle ore seduta in treno, a quelle in cui lavori consapevole che serva a realizzare il prossimo sogno. Immagini di poter riabbracciare la tua famiglia.

“La voglia di libertà” continua a sussurrarmi all’orecchio.

Mi chiede cosa farei se quella porta ci mettesse tanto a riaprirsi. Guardo i libri sul tavolo e ripenso a me che leggo nella mia stanza all’Università. “Sì” le rispondo, “leggerei”. Vedrei il mondo attraverso le pagine di un libro così che la mia immaginazione non possa nascondersi. Imparerei quello che posso per cercare, in qualche modo, di continuare a crescere, a non restare ferma nonostante quella piccola stanza, in un tempo infinitamente grande.

La vita senza progettualità sarebbe deleteria per chiunque.

Mi guardo intorno. Cerco diverse prospettive. Osservo il muro, il letto, la porta, il cielo incorniciato, il tavolo dove normalmente non riuscirei a farci stare ciò che ho, i miei fogli confusi, i miei quaderni. Non sono una che ama avere troppe cose ma quello spazio non riuscirebbe a contenere i miei libri, i miei vestiti,  gli oggetti che ricordano i miei viaggi. E dopo tutto, mi dico,  qui non saprei nemmeno cosa farmene.

La voglia di libertà continua a sussurrare parole. Lo fa attraverso le scritte sui muri. Voler essere una farfalla, un gabbiano.

Voler vivere per la vita.

Vivere, semplicemente vivere.

Aspettare pazientemente di tornare a volare liberi, pur restando fragili come quelle farfalle che riempiono l’ultima delle quattro celle.

Di nuovo il rumore delle chiavi: la porta viene riaperta.

E’ incredibile come lo stesso suono possa essere percepito in due modi opposti. La costrizione prima, la liberazione poi.

Vederla aprirsi, ritrovare sguardi, poter parlare con qualcuno e sapere di poter tornare a fare tutto ciò che non è concesso fare tra quelle quattro mura.

In questo posto non sei tu a decidere quando riaprire la porta.

La libertà mi ha sussurrato quanto essa sia un valore inestimabile, quanto sia difficile fare a meno di lei. E’ come quando un dolore fisico ci ricorda di avere un corpo.

Mi dicevo quanto sono fortunata a sapere cosa sia la libertà.

E’ troppo facile pensare che solo chi ha sbagliato non la meriti.

Ci sono Paesi dove non è concessa nemmeno la libertà di espressione o almeno  non come la intendiamo noi.

Molte persone sono semplicemente costrette nella propria casa a causa di una malattia. Altre sono chiuse nei propri tormenti personali. Per cui dubito che possiate pensare che basti rispettare le regole  perché possiate essere liberi.

Rispettate la libertà, abbiatene cura. Apprezzatela

L'Altra città

 

4 Replies to ““L’altra città” il percorso interattivo all’interno del Carcere di Taranto”

  1. E’ da pelle d’oca. Davvero Tizzi, penso di aver smesso di respirare. No, anzi, l’ho fatto. Per non perdere nemmeno un istante di quello che stavi provando, per seguire le tue riflessioni, per uscire dal pregiudizio, per ragionare interamente sul concetto di libertà.
    Un concetto che esula dal solo “sbagli e devi pagare”, ma che spesso è applicabile anche alla realtà tutta.
    Non ci sono parole per descrivere l’emozione devastante che mi hai trasmesso, ma se corrisponde ad una parte di quella vissuta da te, mi spaventa. Perché non so come sei riuscita a gestirla in maniera così fluida ed analitica.
    Mi hai profondamente colpita, giuro, ho lo stomaco chiuso in una serie di pensieri che si rincorrono e tornano, alla fine, alle tue parole…
    Ti abbraccio forte,
    Claudia B.

  2. Grazie Claudia. Apprezzo tantissimo la tua opinione (e lo sai, per me conta molto).
    Se avessi vissuto questa esperienza con pregiudizi vari non sarebbe stata la stessa cosa. E lo stesso giudizio, pur basato su fondamenta, non mi avrebbe aiutata.
    Credo che non si possa lavorare a favore di alcune realtà se il giudizio vincesse sull’umanità. Quello che è a monte di un progetto del genere ha in sé questo, l’umanità.
    Ti abbraccio fortissimamente.
    😉

  3. Tutto questo subbuglio nello stomaco in un percorso interattivo, studiato, programmato e progettato a tavolino. Immagina viverlo nella quotidianità, non da visitatore!
    Spesso mi domando cosa li faccia andare avanti. La rassegnazione? Forse si, a volte è decisamente consolatoria. Ha il potere di placare l’anima.
    Esatto bisogna averne cura della libertà! Però siamo sempre lì: apprezziamo le cose quando non le abbiamo o non le possiamo avere!
    Bellissimo pezzo Tizzi! 😉

  4. E’ vero. Dentro c’è il subbuglio.
    Non so quanto la rassegnazione possa aiutare. Pensa a chi sa di dover starci per il resto della vita.
    Il problema è che qui il tempo non passa mai. Tre minuti infiniti. Il tempo di una canzone. Il tempo di chiacchierare con qualcuno, di ridere, scherzare.
    La noia è tremenda anche fuori da un carcere.
    Questo posto è un contenitore di sbagli ma anche di pensieri, opinioni. Amplifica le sensazioni e le percezioni appaiono diverse a seconda di quali sinonimi scegli di usare, a seconda dell’angolo da cui scegli di leggere le cose. Cosa è giusto, cosa è sbagliato. Quanto sia corretto perdonare, quanto no. E quel suono delle chiavi… è tremendo.
    Grazie per aver apprezzato Daniela. Per me è importante scrivere anche di persone.
    Ormai lo sai meglio di me.
    😉

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