
Non è per fare la nostalgica ma non posso non ammettere che ci sono cose che un tempo avevano il sapore genuino del vivere quotidiano, un vivere fatto di affetti, cose vere e semplici.
Ecco, tanto per fare un esempio, sto giusto mangiando una caramella gommosa al gusto arancia. E’ buona, ma se ci penso bene, non sono esattamente una patita di frutta. Anzi, la frutta io non la mangio quasi affatto.
Mi stupisco io stessa di quanto sia brava a contraddirmi coi fatti, perché dalla gommosa al gusto arancia chimicamente ottenuto, dovrei ugualmente stare alla larga.
Così, pure le relazioni tra persone sono diventate un po’ chimiche, sebbene sarebbe più azzeccato dire che sono diventate “virtuali”. Ci si corteggia con brevi e freddi frasi al telefono piuttosto che con un mazzo di fiori e pure, ci si innamora, guardandosi in una foto sui social. Ma è proprio vero?
A me piacciono le porte delle nonne di paese che restano aperte sulla strada, lasciando intravedere il salotto al piano terra, appena nascosto dietro una pallida tenda.
Mi piace vedere i pomodori appesi nelle cantine per fare da scorta durante l’anno, le torte fatte in casa, i vasetti col sugo dei miei genitori, la gente seduta sulle panchine e, quasi quasi, sono pure affascinata dal chiacchiericcio pettegolo che dilaga nei piccoli centri, dove tutti conoscono tutti e tu non conosci nessuno.
Ecco, un mesetto fa sono andata a casa dei miei.
Sul tavoliere di legno, illuminato dalla calda luce del sole, stavano ben disposte file di fichi da far seccare.
La sola immagine ha avuto l’effetto dei ricordi che riaffioravano nella mente del signor Anton Ego, il critico gastronomico del cartone animato di Ratatouille.
Rivedevo me stessa bambina…
Salivo sulla sedia, prendevo quel grande barattolo di vetro, lo aprivo e prendevo i fichi secchi ripieni di una mandorla. Io toglievo la mandorla e, spesso, mangiavo solo quella.
Quante volte quei fichi sono stati lo spuntino del pomeriggio!
Come fare i fichi secchi
I fichi, sul tavoliere, sono già secchi. Erano giorni che si lasciavano riscaldare dal sole, protetti da una leggera stoffa velata a quadrati blu e bianchi.
Mio padre li prende, distribuisce in ognuno un po’ di scorza di limone e una mandorla, precedentemente privata di buccia e tostata in forno. Infine sigilla il cuore “mandorlato, sovrapponendoci un altro fico.
Il tutto va adagiato su una teglia ricoperta da carta da cucina e messa in forno a 180 gradi per il tempo necessario alchè non si brucino (dai 10 ai 15 minuti) e si conservano, con foglie di alloro, in vasetti di vetro, quelli che io aprivo durante l’inverno, per farci la merenda del pomeriggio.
Riassaporo i fichi secchi e mi viene da pensare che, dopo tutto, quel cuore orgogliosamente pugliese di mio padre, è pure un bravo cuoco.


