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Sachsenhausen: per non dimenticare

Pubblicato da il Gennaio 22, 2015
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Sachsenhausen

Il silenzio dei vivi“, così ha intitolato la sua autobiografia Elisa Springer, oggi un angelo che ci guarda dal cielo, ieri una vittima della crudeltà umana.

Ero appena una ragazzina quando la incontrai. Ricordo poche ma vivide  immagini vissute sulla sua pelle che raccontava a chi, come me, l’ascoltava con le lacrime agli occhi.

Quella volta mi fu chiara l’importanza del raccontare.

Ho capito che a certi dolori si sopravvive solo trovando le parole, quelle che, invece, troppo facilmente ci sfuggono. Troppo dolore per esser detto. E invece no, bisogna raccontare, bisogna trovare le parole.

Liberare l’anima lasciando che il vento porti in giro per il mondo storie che insegnino a non ripetere certi errori.

Come accade per le occasioni speciali, ogni anno, il 27 gennaio, ricorre il Giorno della Memoria, il giorno in cui, sulle nostre coscienze torna a posarsi il peso del ricordo di un orrore che ci lascia perplessi.

Se questo è un uomo“, costretto a sopportare tanta crudeltà. Se questo è un uomo, disposto a calpestare la dignità dell’altro. E’ quello su cui riflettevo quando sono stata a Sachsenhausen, a circa 30 km da Berlino.

In questo vecchio lager, nato da una fabbrica di birra, c’è un innaturale silenzio che parla.

Parla attraverso gli oggetti, il filo spinato, le celle, i bagni e i letti destinati agli internati, i forni crematori, i metri quadri dove si compivano le esecuzioni.

Il cielo, su questo campo dalla forma triangolare, sembra perennemente triste. Quel poco che resta, per lo più distrutto, sembra essere stato un tentativo fallito di coprire un incomprensibile lato oscuro dell’uomo.

Discutibile quella scritta sul cancello d’ingresso “il lavoro rende liberi”. Discutibile il silenzio dell’uomo che sa ma finge di non sapere. Perché anche questo è il silenzio dei vivi, quando tutti vedono ma fingono di non sapere. Questo è il silenzio che lascia vivere l’orrore, ancora oggi.

L’audioguida vi accompagnerà per Sachsenhausen, narrandovi quello che altrimenti non sarebbe comprensibile. Le testimonianze, da quell’apparecchio, sono le uniche voci di quel campo.

Vi racconteranno di code di persone internate perché ebree, perché oppositori del nazismo, perché omossessuali, perché testimoni di Geova, perché.

File di gente costretta ad andare a piedi, dalla stazione di Oranienburg, verso la sua  prigione, mentre gli abitanti del luogo la copriva di insulti, perché, probabilmente erano a conoscenza di false verità.

Oltre il cancello  si era spogliati dei propri affetti, dei propri abiti, della propria dignità, della propria identità. Si era maltrattati anche solo per una risposta troppo insicura o troppo arrogante.

Si era picchiati solo perché, se non si conosceva il tedesco,  non si riusciva a rispondere ai comandi delle SS. Si diventava un numero, un esperimento, un oggetto di tortura.

La divisa era sempre la stessa; in inverno non c’erano cappotti per ripararsi dal freddo. Non si poteva parlare con gli altri internati, né ci si poteva avvicinare se uno di questi fosse morto.

Bisognava lottare con chi aveva la stessa sorte per un posto nel letto o per avvicinarsi alla stufa.

Come se non bastasse, queste persone dovevano camminare, per ore, su ogni tipo di asfalto, allo scopo di testare le suole di scarpe.  Vi stupirà la grandezza dei forni crematori.

Probabilmente vi darà l’idea della magrezza di queste persone, arrese al corso degli eventi, per quanto spiacevole che fosse.

Questa è la realtà davanti a cui mi ha messo la visita a Sachsenhausen.

Al di là della storia, delle storie, continuavo a chiedermi come fosse possibile quella follia. Continuavo a chiedermi, e me lo chiedo ancora, perché quella follia non è bastata al mondo intero.

Sarò franca. La Shoah non ha dato un limite all’uomo. Mentre camminavo tra quelle strade silenziose, tristemente note come campo di concentramento,  i media riportavano la notizia che in Iraq donne e bambini venivano gettati vivi nelle fosse comuni.

Era l’agosto 2014. Oggi diremmo che siamo a pochi giorni dal 27 gennaio. Non dobbiamo dimenticare quello che è stato. Ma nemmeno dimentichiamo quello che è. Il Medio Oriente, Il Nord Africa e l’Est Europeo sono scenario di ingiustizie sui civili.

La dignità umana viene ancora calpestata da altri uomini  che per primi perdono la propria.

Memorial and Museum Sachsenhausen

Memorial and Museum Sachsenhausen

Il cancello d'ingresso di Sachsenhausen

Il cancello d’ingresso di Sachsenhausen

Sachsenhausen: la scritta “il lavoro rende liberi”

Sachsenhausen: la scritta “il lavoro rende liberi”

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Fossa per le fucilazioni

Fossa per le fucilazioni

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Forni crematori

Forni crematori

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Campo di Concentramento di Sachsenhausen (visitabile anche con Google map).

Per raggiungerlo, prendete il regionale RE5, dalla stazione centrale di Berlino,  piuttosto che la confusa e lunga tratta della S Bhan e, in 25 minuti,  arriverete direttamente alla cittadina di Oranienburg.

Fin qui potete anche prendere il treno regionale RB12 da Berlin- Lichtenberg.

Venti minuti a piedi dalla stazione (in alternativa un autobus che passa con poca frequenza, appena fuori dalla stazione) e siete arrivati (percorrerete Bernauer Strasse).

L’ingresso è gratuito ma vi consiglio di spendere pochi euro per avere la mappa e la guida audio: serviranno a orientarvi e a capire, attraverso spiegazioni e testimonianze dei sopravvissuti, l’orrore del campo che, altrimenti resterebbe un luogo silenzioso, grigio e triste.

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Sachsenhausen: not to forget

The silence of the living,” this is the title of the autobiography of Elisa Springer, now an angel who’s watching us from heaven, but yesterday a victim of human cruelty.  

I was just a little girl when I met her.

I remember vivid images that she lived on her skin that she told to those who, like me, listened with tears in the eyes.

That time I was aware of the importance of storytelling.

I understood that you survive to  in certain pains only by finding the words, those who, instead, too easily escape us.

 Too much pain to be said. But no, you have to tell, you have to find the words.

Set free the soul letting the wind goes around the world with stories that teach not to repeat certain errors.

Like for special occasions, every year, on January 27, is the Day of Remembrance, the day when, on our consciousness back to rest the weight of the memory of a horror that puzzles us.

“If this is a man”, forced to endure such cruelty. If this is a man, willing to trample the dignity of others.

So I thinked this when I went to Sachsenhausen, about 30 km from Berlin.

In this old lager, born of a brewery, there is an unnatural silence that speaks.

It speaks through the objects, the barbed wire, the cells, the bathrooms and beds intended for internees, the crematoria, the square meters for executions.

The sky, on this field triangular, seems perpetually sad. What remains, for the most part destroyed, seems to have been a failed attempt to cover an incomprehensible dark side of man.

Questionable is the written on the entrance gate “work makes you free”.

Questionable is the silence of man who knows but pretends not to know.

Because this is the silence of the living. This is the silence that let live the horror, even today. 

 The audio guide will accompany you in Sachsenhausen, telling what otherwise would not be understandable.

The testimonies, from that device, are the only voices on that field.

It’ll tell you about the queues of people interned because Jewish, because opponents of Nazism, because homosexuals, because Jehovah’s Witnesses, because.

Lines of people forced to go on foot, from the station of Oranienburg, to their prison, while the locals covered them with insults, because they probably were aware of false truths.

Beyond the gate they were stripped of their affections, their clothes, their dignity, their identity.

They were abused just for an answer too insecure or too arrogant.

They were beaten only because, if they didn’t know German, they could not respond to the commands of the SS. They became a number, an experiment, a subject of torture.

The uniform was always the same; in the winter there were no coats to ward off the cold.

They could not talk to other inmates, or they could not get closer if one of them was dead.

They had to fight with those who had the same fate for a place in the bed or to get close to the stove. And also, these people had to walk for hours on all types of asphalt in order to test the soles of shoes. 

The small crematoria will amaze you.

Probably it give you the idea of thinness of these people, surrendered to the course of events, however unpleasant it was.

This is the reality in front of which I was during the visit to Sachsenhausen.

Beyond the history, the stories, I kept wondering how it was possible that madness.

I kept asking, and I still ask myself, why this madness was not enough to the whole world.

I’ll be frank. The Holocaust did not give a limit to man.

While I walked on the silent streets, known as a concentration camp, the media carried the news that Iraqi women and children were thrown alive in mass graves.

It was August 2014. Today we would say that we are a few days from 27 January.

We must not forget what it was. But even we must not forget what it is. In the Middle East, North Africa and Eastern Europe, there are wars and injustices on civilians. Human dignity is still being trampled by other men who first lose their.

Sachsenhausen Concentration Camp (visitable also with Google map) .

You can go there by  regional train (RE5), from the Central Station of Berlin and, in 25 minutes, you arrive in Oranienburg.

There is, also, regional train RB12 from Berlin- Lichtenberg. Twenty minutes walk from the station (alternatively you can go by a bus that runs infrequently, just outside the station) and you’re there (walking along Bernauer Strasse).

Admission is free but I suggest you spend a few euros for a map and the audio guide  (to orient yourself and understand, through explanations and testimony of survivors, the horror of the camp, which otherwise would remain a silent place, gray and sad).

2 Responses to Sachsenhausen: per non dimenticare

  1. L'OrsaNelCarro

    Caspita non sapevo che avessi scritto di questo posto, forse all’epoca non ci conoscevamo ancora! Molto toccanti le tue parole e le tue impressioni, come sempre il tuo modo di scrivere esprime una delicatezza ed una sensibilità che arrivano dritte dritte.
    In merito a Sachsenshausen che dire…i campi sono tutti orribili fotocopie del male del secolo scorso.

    • lavaligiainviaggio

      Grazie Daniela. Si, questo è un post vecchiotto. Riconosco la delicatezza con cui ho espresso a parole i miei pensieri. Può tanta delicatezza esprimere tanto orrore? Non lo so. So solo che mentre scrivevo avevo il groppo in gola.
      Baci Dani.

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